
L'ARTE COME ERESIA SACRA
La mia pratica artistica è soglia, rito, maieutica e atto politico. Utilizzo pittura, fotografia, installazione e performance per attraversare l’inconscio collettivo, il sacro, il corpo e l’ombra.
Indago la sessualità, la malattia, la morte, il trauma, la trasformazione.
Indago la sessualità, la malattia, la morte, il trauma, la trasformazione.
Non per raccontare il dolore, ma per liberarlo.
Non per spiegare, ma per evocare.
Il mio lavoro non consola: espone. Non dà risposte, ma apre. È cura come rivelazione, è corpo come linguaggio, è arte come chiamata.
Ogni opera è uno spazio vivo dove le persone possono smettere di difendersi, e iniziare ad essere se stesse nella verità.
La mia arte non guida: accompagna. Non impone: libera.
E in questo gesto nasce la rivoluzione.
Il mio lavoro non consola: espone. Non dà risposte, ma apre. È cura come rivelazione, è corpo come linguaggio, è arte come chiamata.
Ogni opera è uno spazio vivo dove le persone possono smettere di difendersi, e iniziare ad essere se stesse nella verità.
La mia arte non guida: accompagna. Non impone: libera.
E in questo gesto nasce la rivoluzione.
ART AS SACRED HERESY
My artistic practice is threshold, ritual, maieutic, and political act. I work through painting, photography, installation, and performance to move across the collective unconscious, the sacred, the body, and the shadow.
I explore sexuality, illness, death, trauma, and transformation — not to narrate pain, but to release it. Not to explain, but to evoke.
My work does not console: it exposes. It does not offer answers, but opens. It is care as revelation, body as language, art as calling.
Each piece is a living space where people can stop defending themselves — and begin to be themselves in truth.
My art does not lead: it accompanies. It does not impose: it frees.
And in that gesture, revolution is born.
I explore sexuality, illness, death, trauma, and transformation — not to narrate pain, but to release it. Not to explain, but to evoke.
My work does not console: it exposes. It does not offer answers, but opens. It is care as revelation, body as language, art as calling.
Each piece is a living space where people can stop defending themselves — and begin to be themselves in truth.
My art does not lead: it accompanies. It does not impose: it frees.
And in that gesture, revolution is born.
L’arte come atto di trasfigurazione affettiva ed eresia sacra
L’opera di Elvira Biatta si colloca all’interno di un orizzonte in cui il confine tra biografia e mito, vulnerabilità e resistenza, cura e perturbazione viene costantemente interrogato. In un contesto artistico contemporaneo che tende a privilegiare estetiche neutralizzate o codici politicamente corretti, la sua pratica assume la dimensione di un gesto controcorrente, fondato sulla centralità dell’esperienza personale come detonatore simbolico e performativo. Ogni lavoro si configura come un dispositivo di sopravvivenza, una costruzione affettiva che trae origine da traumi concreti — lutti, malattie, abbandoni, reminiscenze infantili — per trasformarsi in reliquia secolare e in rito laico.
La materialità della sua ricerca, apparentemente umile — capelli, mandorle, capezzoli in fimo dorato, foglia d’oro, campane di vetro — è in realtà fortemente concettuale: non mera scelta estetica, ma strumento di evocazione archetipica. Ciò che emerge è un linguaggio radicalmente incarnato, in cui la ferita diviene immagine e la memoria offerta, mentre il corpo, anche nella sua assenza, continua a costituire l’asse semantico delle opere.
Fondamentale, in tale prospettiva, è la dialettica tra privato e pubblico. Biatta dimostra come l’esperienza intima, trasfigurata in immagine, materia e rito, oltrepassi la dimensione individuale per aprirsi a una condivisione collettiva. Il privato, nel suo farsi opera, non si configura come confessione o autocelebrazione, bensì come atto di vulnerabilità consapevole, attraverso cui lo spettatore è invitato a riconoscere nel dolore, nella memoria e nell’amore dell’artista un riflesso della propria esperienza umana. In tal modo, lutti e cicatrici, insieme a epifanie infantili, assumono la forma di un linguaggio universale: non esposizione voyeuristica, ma rituale di riconoscimento e di cura. Ogni opera diviene dunque soglia, luogo di incontro in cui la fragilità individuale si traduce in forza collettiva.
Esemplari, in questo senso, sono serie come" Amigdala", "L’adorazione" e l’installazione "Innocenza selvaggia" (dedicata a D.A.F. de Sade), che articolano un pensiero capace di coniugare rigore concettuale e dimensione affettiva. In esse l’intimità non è mai esibita, bensì sacralizzata e trattata come materia viva e irriducibile. L’altare diventa scultura, la preghiera si trasforma in atto estetico, e la psiche si rivela come campo di battaglia sottile, dove la cura e il perturbante si intrecciano senza possibilità di scissione.
Inserendosi in una genealogia eminentemente femminile — da Louise Bourgeois a Ana Mendieta, da Kiki Smith a Chiara Fumai — Biatta condivide con tali figure la capacità di trasformare il trauma in linguaggio. Tuttavia, a differenza di molte pratiche contemporanee che rischiano di ridursi a un esercizio concettuale autoreferenziale, la sua opera si distingue per un’urgenza esistenziale che ne garantisce l’autenticità e l’impatto.
Elvira Biatta non persegue la compiacenza estetica, ma la verità. Una verità scavata nella carne del vissuto, senza mediazioni né concessioni, capace di restituire all’arte la sua funzione primaria: essere spazio vitale, pulsante, in cui la memoria privata si rigenera come patrimonio collettivo.
R.G.
Art as an act of affective rtansfiguration and sacred heresy
Elvira Biatta’s work unfolds within a horizon where the boundary between biography and myth, vulnerability and resilience, care and disturbance is continuously interrogated. In a contemporary artistic context that often privileges neutralized aesthetics or politically correct codes, her practice asserts itself as a countercurrent gesture, grounded in the centrality of personal experience as a symbolic and performative detonator. Each work becomes a device of survival, an affective construction that arises from tangible traumas — bereavements, illnesses, abandonments, childhood reminiscences — to transform into a secular relic and a lay ritual.
The materiality of her research, seemingly humble — hair, almonds, golden fimo nipples, gold leaf, glass bells — is in fact profoundly conceptual: not a mere aesthetic choice, but a tool of archetypal evocation. What emerges is a radically embodied language, in which the wound becomes image and memory becomes offering, while the body, even in its absence, continues to constitute the semantic axis of the works.
Central to this perspective is the dialectic between the private and the public. Biatta demonstrates how intimate experience, transfigured into image, matter, and ritual, transcends the individual dimension to open itself to collective sharing. The private, in becoming art, is not configured as confession or self-celebration, but rather as an act of conscious vulnerability, through which the viewer is invited to recognize, in the artist’s pain, memory, and love, a reflection of their own human experience. Thus, bereavements and scars, alongside childhood epiphanies, take the form of a universal language: not voyeuristic exposure, but a ritual of recognition and care. Each work thus becomes a threshold, a meeting place where individual fragility is translated into collective strength.
Exemplary in this sense are series such as Amigdala, L’adorazione, and the installation Innocenza selvaggia (dedicated to D.A.F. de Sade), which articulate a thought capable of combining conceptual rigor with affective depth. In them, intimacy is never displayed, but rather sacralized and treated as living, irreducible matter. The altar becomes sculpture, prayer transforms into aesthetic act, and the psyche reveals itself as a subtle battlefield where care and the uncanny intertwine without the possibility of separation.
Inscribing herself within an eminently female genealogy — from Louise Bourgeois to Ana Mendieta, from Kiki Smith to Chiara Fumai — Biatta shares with these figures the ability to transform trauma into language. Yet, unlike many contemporary practices that risk devolving into self-referential conceptual exercises, her work stands out for an existential urgency that ensures its authenticity and impact.
Elvira Biatta does not pursue aesthetic complacency, but truth. A truth excavated from the flesh of lived experience, without mediation or concession, capable of restoring to art its primary function: to be a vital, pulsating space where private memory regenerates as collective heritage.
— R.G.