Uterus-free and I like it
Anno: 2025
Medium: Fotografia digitale, autoscatto, glitch art, intervento testuale
Tecnica: Autoscatto fotografico in bianco e nero, rielaborazione digitale con applicazione glitch, sovrapposizione di testo 
Dimensioni: Variabili

 Uterus-free and I like it
Year: 2025
Medium: Digital photography, self-portrait, glitch art, text intervention
Technique: Black-and-white photographic self-portrait, digital reworking with glitch application,  text overlay
Dimensions: Variable
Queste immagini sono autoritratti.
Sono io, dopo un’isterectomia avvenuta quattro anni fa. Non ho mai desiderato avere figli e l’operazione mi ha liberata da cicli abbondanti e invalidanti, aggravati dal morbo di Basedow. Oggi vivo senza utero, e mi piace.
Uso il glitch per interrompere la fluidità dello sguardo: l’immagine si frattura, si disturba, si ricompone, come il mio corpo dopo la chirurgia. Il testo è diretto, quasi disarmante, e obbliga chi guarda a interrogarsi non tanto su ciò che vede, ma su come guarda.
Se il desiderio agito disturba, il problema non è l’immagine. È lo sguardo.
Il mio corpo non è mancanza: è presenza, scelta e affermazione.
Con questo lavoro mi inserisco in una tradizione artistica che va dai femminismi degli anni ’70 fino alle pratiche contemporanee di riappropriazione del corpo nello spazio digitale, dialogando idealmente con voci come Hannah Wilke, Jo Spence, Donna Haraway e le riflessioni sullo “sguardo” di Laura Mulvey.

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"Con un linguaggio che intreccia autobiografia, glitch art e dichiarazione politica, 
Elvira Biatta trasforma l’autoritratto in un atto di resistenza visiva e culturale, ridefinendo il corpo non come mancanza ma come presenza e scelta." R. G.


These images are self-portraits.
They are me, after a hysterectomy four years ago. I have never wanted children, and my surgery freed me from heavy, debilitating cycles, worsened by Graves’ disease. Today, I live without a uterus, and I like it.
I use glitch to disrupt the fluidity of the gaze: the image fractures, distorts, reassembles—like my body after surgery. The text is direct, almost disarming, and forces the viewer to question not so much what they see, but how they see.
If acted desire disturbs, the problem is not the image. It is the gaze.
My body is not a lack: it is presence, choice, and affirmation.
With this work, I place myself within an artistic lineage that stretches from the feminisms of the 1970s to contemporary practices of body reclamation in the digital space, in dialogue with voices like Hannah Wilke, Jo Spence, Donna Haraway, and Laura Mulvey’s reflections on the “gaze.”

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"Through a language that weaves together autobiography, glitch art, and political statement, Elvira Biatta transforms the self-portrait into an act of visual and cultural resistance, redefining the body not as absence but as presence and choice." R. G.

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